Passaggio in China Agosto 2010 Il primo imprevisto era ad attenderci già in aeroporto, quando all’atto del check-in, sfoderando un solerte sorriso, l’impiegata della Turkish Airlines ci comunicava che il volo da Istanbul a Pechino era pieno, dirottandoci di conseguenza assieme a quattro sorridenti cinesi al banco dell’Air China, con il risultato che saremmo partiti circa tre ore dopo, ma, in virtù dell’inaspettato volo diretto, saremmo anche atterrati a Beijing con un’ora d’anticipo rispetto al previsto. Stranezze dei cieli. Beijing, Cina… Lo confesso, malgrado abbia sovente raggiunto luoghi anche più distanti, la Cina nel mio immaginario è sempre stata lontanissima, quasi al di fuori del mondo, tant’è che avverto una strana ed anomala sensazione nel trovarmi proprio qui, ora, nonostante il senso di modernità dettato dagli innumerevoli grattacieli, che sembrano competere tra loro a chi più si avvicina al grigio intenso delle nuvole. Sono quasi sicuro che non si trovasse lì per caso, ma che sia stato inviato da qualche oscuro burattinaio, al fine di “iniziarci” alle stranezze dei cinesi, una sorta di rodaggio preparativo circa quello che sarà il proseguo del viaggio. Sì, perché il taxista che ci ha condotto in centro città, ferma dapprima l’auto puntando l’indice in direzione del nostro hotel distante grosso modo cento metri, poi inizia a blaterare qualcosa in mandarino, il cui senso dovrebbe presumibilmente essere quello di scendere proprio lì, ed attraversare a piedi con i bagagli al seguito un congestionato megaincrocio a più corsie, poiché gli risulta evidentemente troppo complicato fare il giro dell’isolato. Insiste, ma in seguito alle nostre ovvie e reiterate riluttanze, precedendo tutte le altre macchine, taglia alla velocità della luce l’incrocio in direzione vietata, imboccando rapidamente la nostra strada, ma facendoci comunque scendere sul lato sbagliato rispetto all’hotel. Restiamo sorpresi, ci guardiamo in faccia ed iniziamo a ridere, ma ci abitueremo... eccome. Dopo aver posati i bagagli in camera, tramite una breve passeggiata raggiungiamo il tratto pedonale della Wangfujing Dajie, la via pechinese dello shopping per antonomasia, letteralmente brulicante di persone, e
costellata da innumerevoli, lussuosissimi e mastodontici centri commerciali. Domanda d’obbligo: “ma… siamo davvero in Cina”? Beh, i tratti somatici delle persone e gli ideogrammi sulle insegne in un certo senso ci forniscono un primo serio indizio in merito, mentre il secondo rasserenante segnale ci viene dato dall’adiacente “Snack Street”, nel quale ci intrufoliamo in breve, seguendo la scia della folla e trovandoci rapidamente catapultati nel mezzo di decine di banchetti che offrono spiedini di ragni, scarafaggi e scorpioni, stelle marine e serpenti fritti, varia carne arrostita, anche di specie animali abbastanza inconsuete per quelli che rappresentano i nostri abituali standard gastronomici. Insomma, credo sia chiaro, ci troviamo in un vero e proprio regno delle prelibatezze. Imbocchiamo in seguito Dongchang’an Jie, il largo viale che, dopo qualche centinaia di metri, ci conduce in una frequentatissima Piazza Tiananmen. Il grande prato è letteralmente gremito da numerose famigliole, varie coppiette, moltissimi turisti cinesi, venditori di riviste, bibite e gelati dal sapore caramelloso, mentre il gigantesco ritratto del “Grande Timoniere” Mao, oggetto di culto per le immancabili migliaia di foto ricordo giornaliere,
sembra vegliare paternamente su tutti, in attesa che il sole tramonti e la folla inizia a convergere verso la parata dell’ammainabandiera. OK, d’accordo, siamo in Cina. Decidiamo per la nostra prima cena a Beijing di provare la tanto decantata “Kaoya”, ovvero la famosa anatra alla pechinese, pertanto raggiungiamo sempre a piedi la Jimbao Street, dove troviamo una succursale del Dadong Roast Duck Restaurant, vale a dire uno dei locali più famosi in cui servono questa pietanza, assieme agli altrettanto celebrati Bianyifang, Li Qun, e Quanjude. Mentre i cuochi arrostiscono le anatre in bellavista, attendiamo ben tre quarti d’ora prima che ci venga assegnato un tavolo, dopodiché, quando il cameriere con tanto di mascherina arriva con la nostra succulente Kaoya, accingendosi ad affettarla, direi proprio che siamo pronti per iniziare il grande rito gastronomico. Ci viene servita inizialmente la pelle, croccante e delicata, che va gustata passandola prima nello zucchero, poi è la volta delle succulente fettine di carne, le quali, malgrado siano ugualmente squisite, non andrebbero consumate al naturale, ma come ripieno di una sorta d’involtino da comporre personalmente con delle sottili sfoglie di farina, ed al cui interno, in base ai propri gusti, è facoltativo affiancargli vari condimenti, quali ad esempio una salsa di fagioli scuri o di prugne, sottili fettine di cetrioli, aglio finemente tritato, scalogno ed altro ancora. La cena si conclude quindi con un brodo, la cui base è ovviamente costituita dalla medesima anatra. Intendiamoci, la kaoya non è affatto male e resta comunque un must da provare a Pechino, tuttavia il costo per tre persone pari a 524 Yuan, vale a dire circa sessantuno euro, risulta abbastanza sproporzionato rispetto agli standard locali, considerato soprattutto che le altre sere, durante la nostra permanenza a Beijing abbiamo cenato quasi sempre presso il Food Republic, bellissimo centro gastronomico ubicato nel seminterrato del centro commerciale Oriental Plaza, imbandendo letteralmente la nostra tavola di autentiche prelibatezze locali acquistate nei vari stand, annaffiandole con un paio di birre alla spina a testa più una coca cola per Valentina, e non spendendo mai più di 100 Yuan in totale, ovvero circa dodici euro. Ovviamente, ma questa dovrebbe diventare in generale una prassi consolidata se, come noi, si affronta un viaggio autogestito in Cina, occorre munirsi di sana pazienza ed aiutarsi alla bisogna con il sacrosanto “gesticolese” tra l’altro non sempre efficace, poiché qui quasi nessuno parla inglese. Può risultare molto utile, ad esempio, farsi scrivere alcune parole dal recptionista del proprio hotel, salvo non incappare (e può succedere, lo garantisco) in qualche taxista che non sa nemmeno leggere. Lo so, può sembrare strano, ma ad oggi, malgrado si stia rapidamente trasformando in una città dal chiaro aspetto futuristico, e la Cina è proiettata a diventare la prima potenza mondiale, a Pechino l’inglese è davvero poco diffuso, anche tra gli stessi giovani. Considerata la “grande professionalità” dei taxisti locali, cercheremo di usare quasi sempre la metro per i nostri spostamenti, anche perché continuano ad ampliare le linee e tutti i principali luoghi d’interesse sono facilmente raggiungibili con la moderna, pulita e funzionale metropolitana di Beijng. Oltretutto, il viaggio in metro rappresenta anche un’esperienza a sé stante, considerato che di occidentali a bordo ne abbiamo visti ben pochi, ed eravamo sempre come delle mosche bianche. L’indomani mattina ci rechiamo con comodo alla Città Proibita, il cui ingresso è stato vietato per circa cinquecento anni ai visitatori non autorizzati, pena l’immediata condanna a morte, e la cui odierna biglietteria presenta invece una preoccupante fila lunga oltre un centinaio di metri. Ovviamente è lecito pensare che, essendo una delle maggiori attrattive turistiche di Pechino, la suddetta fila sia costituita per la maggior parte da turisti, e questo è di fatto verissimo, ma non si tratta di turisti occidentali, bensì di visitatori cinesi, poiché Luglio ed Agosto sono i mesi in cui anche i figli del celeste impero viaggiano nel proprio paese e, come impareremo sin da subito, quando i cinesi viaggiano, si fanno notare!!! Quello cinese è un turismo invadente, maleducato, irrispettoso delle regole, oltre che inverosimilmente chiassoso. Ovunque siamo stati, ci siamo nostro malgrado imbattuti in megagruppi turistici costituiti da gente che si comportava come se tutti gli altri non esistessero. D’accordo, lasciamo stare la problematica dettata dall’atavico brutto vizio che i cinesi hanno di sputare ovunque, purtroppo a quanto pare di difficile risoluzione, ma quello che più ci ha infastiditi, è stata la continua scorretta azione di scavalcare le code, infilandosi ovunque, associato ovviamente alla puerile indifferenza nei confronti degli altri. Trovandosi ad esempio in fila presso una qualsiasi biglietteria, non di rado qualcuno ignora tutti presentandosi al botteghino, come se le altre persone fossero invisibili; lo stesso succede se si sta facendo la coda per andare al bagno, nella metropolitana, al check-in in aeroporto, etc., e questo atteggiamento, a quanto sembra, ha rappresentato la prassi comportamentale adottata dalla maggior parte dei cinesi da noi incontrati in questo viaggio, anche aldilà del contesto turistico. Alcune situazioni capitateci rasentano addirittura il grottesco, come quella in cui, dopo aver pazientemente atteso il mio turno, mi trovavo finalmente di fronte ad una teca per ammirare un suggestivo carro appartenente all’esercito di terracotta a Xi’an, quando un turista cinese, allo scopo di farsi fotograficamente immortalare con lo sfondo del suddetto carro, mi ha letteralmente spostato più in là, quasi automaticamente spinto da una congenita azione mentale del tipo: “mi debbo far scattare la foto, ma essendoci questo – ostacolo - davanti, lo scanso”. Un altro paradossale episodio che mi sovviene, riguarda un ciclista a Pechino, il quale non ha suonato il campanello della bici, né si è minimamente preoccupato di avvertirmi verbalmente che stava sopraggiungendo alle mie spalle, ma mi ha praticamente scansato con una mano dalla sua traiettoria, al fine di passare tranquillamente. Pensandoci bene, però, il taxista incontrato all’inizio del viaggio, come precedentemente scritto, ci aveva comunque a sua volta in qualche modo preavvertiti in merito a questi comportamenti, che eufemisticamente definirei quantomeno anomali. Tutto il mondo è paese, pertanto, in barba alla severità delle leggi locali, un ragazzo sulla ventina mi si avvicina, offrendomi tre biglietti d’ingresso, previa maggiorazione di 20 Yuan, ergo due euro e quaranta centesimi al cambio attuale, che mi consentono di arginare almeno un’ora e mezza di fila alla biglietteria, nonché di adeguarmi quantomeno rapidamente alla… “cinesità” in voga. La Città Proibita, residenza di ben ventiquattro imperatori, è spettacolare, soprattutto per le sue dimensioni, che,
grazie alle immani proporzioni dei suoi spazi, riescono visivamente a moderare l’immensità della folla. Andrebbe inoltre aggiunto che per visitare con la doverosa calma il ricco complesso costituito da circa ottocento edifici, occorrerebbe dedicargli quantomeno un’intera giornata o poco meno. L’attraversiamo tutta, accedendovi dalla Porta della Pace Celeste ubicata a ridosso di Piazza Tiananmen, fino alla porta sud in prossimità del parco Jingshan, visitando tutte le principali attrattive quali le Sale dell’Armonia Protetta, Perfetta e Suprema, all’interno della quale sorge il superbo Trono del Drago da cui l’imperatore esercitava le sue funzioni, ma non perdendoci però nemmeno le belle sale espositive dedicate alle collezioni di orologi e gioielli, sempre sgomitando, ovviamente, con una moltitudine di chiassosi turisti cinesi. Raggiungiamo in seguito a piedi il Beihai Park allo scopo di pranzare presso il Fangshan Restaurant, ma essendo già le quindici e trovandolo di conseguenza chiuso, acquistiamo un gelato e passeggiamo spensieratamente lungo le sponde del grande lago, letteralmente affollato di barchette prese a nolo. Successivamente veniamo adescati da uno dei tanti conducenti di risciò che stazionano presso l’uscita est del parco, dal quale, dove aver pigramente contrattato la corsa, ci facciamo facilmente convincere ad effettuare un giretto tra gli hutong presenti in zona. Gli hutong sono piccoli vicoli ubicati orizzontalmente lungo il grande scacchiere costituito dall’intersecarsi delle strade di Pechino e, aldilà dello scontato aspetto turistico, una visita in queste stradine consente ancor oggi di ammirare quel poco che rimane delle costruzioni appartenenti alla vecchia Beijing, comprese alcune belle abitazioni a corte, oltre ad avere la possibilità di assistere a degli interessanti spaccati di vita quotidiana degli abitanti meno abbienti della megalopoli cinese. Attraversiamo alcune viuzze molto strette, tra anziani intenti a giocare a carte ed a mahjong, curiosi bambini sorridenti, venditori di cibo porta a porta, cani apparentemente senza padroni, minuscole botteghe di artigiani, negozietti vari. Scrivendo di Hutong, vale forse anche la pena menzionare il primato appartenente al vicolo più stretto di Beijng, il quale è detenuto dal Qian Shi Hutong, che misura in alcuni punti addirittura solo quaranta centimetri ! Attendevo il giorno successivo da tempo immemorabile. La Grande Muraglia, infatti, ha sollecitato la mia fantasia sin da bambino, e costituisce certamente l’elemento trainante, che da tempo ha fatto sorgere in me il desiderio di compiere un viaggio in Cina. Tra i vari tratti in cui è possibile effettuare la visita, ho scelto Mutianyu, distante circa ottanta chilometri da Pechino, sicuramente meno battuto dall’inflazionato e più vicino Badaling, ma anche più accessibile di punti come Simatai, Jinshanling, Gubeikou ed altri ancora più lontani. Per la visita mi sono avvalso di un’agenzia locale, la quale mi ha inviato una comoda auto con autista a disposizione per l’intera giornata, con piena facoltà di visitare anche le Tombe Ming. L’alternativa sarebbe stata quella di raggiungere Mutianyu con un autobus, il quale però parte a quanto sembra in orari e giorni abbastanza flessibili, oppure di contrattare la corsa con un taxi, che mi sarebbe comunque costato poco meno. Decido di concordare la partenza di buon mattino, in maniera tale da evitare gli orari in cui si concentra la maggiore affluenza turistica e quando in effetti giungiamo in prossimità del sito, troviamo gli adiacenti parcheggi sostanzialmente vuoti. La grande muraglia ci attende a Mutianyu semiavvolta dalla nebbia, la quale le conferisce un aspetto fiabesco, trasmettendoci automaticamente forti emozioni dettate dalla consapevolezza di aver realizzato un sogno. Trascorriamo oltre tre ore passeggiando quasi in completa solitudine lungo i due chilometri e mezzo del suo tratto, prendendoci il tempo necessario per effettuare varie soste presso buona parte delle sue 22 torrette, contemplando il bel paesaggio circostante e la bellezza delle merlature presente lungo entrambi i lati delle sue pareti, ma respirando soprattutto la storia.
Dopo un lauto pranzo a base d’infuocate e gustose pietanze locali, consumato voracemente presso un ristorantino al di fuori dei consueti circuiti turistici, uno tra i pochi nei dintorni della muraglia che, tanto per intenderci, non annoverano file di torpedoni parcheggiati nel proprio parcheggio, visitiamo nel tardo pomeriggio le Tombe Ming che non ci entusiasmano comunque particolarmente, a differenza della lunga Via Sacra dello Spirito che conduce alle stesse, ornata da dodici pregevoli statue in pietra e circondata da salici piangenti. Il Palazzo d’Estate lo raggiungiamo comodamente la giornata seguente, scendendo alla fermata Xiuan della linea 4 della metropolitana, uscita C2. L’entrata est del Palazzo si trova a breve distanza, ma per i più pigri, in cambio di una manciata di Yuan, esiste anche la possibilità di arrivarci comodamente seduti tramite uno dei tanti risciò, che stazionano in attesa dei clienti proprio fuori la metro. Anche in questo caso recitiamo quasi a memoria un copione già visto, passeggiando pigramente in mezzo a migliaia di vocianti cinesi tra le belle costruzioni immerse nel verde di questo immenso parco, che gli imperatori usavano per sfuggire alla calura della capitale. Al Tempio dei Lama arriviamo invece in taxi, dopo il mio quinto o sesto divertito tentativo di pronunciarne correttamente il nome in mandarino al conducente, e sarà forse per i tanti fedeli presenti, intenti a bruciare bastoncini d’incenso e pregare nei vari cortili che lo caratterizzano, oppure per le pregevoli statue, per i bei giardini, o più semplicemente per la suggestiva atmosfera che vi si respira, ma dopo aver varcato il suo Arco d’Onore, mi sono sentito subito a mio agio in questo tempio tibetano, che tra le tante interessanti bellezze ospita anche una notevole statua in legno di Buddha lunga una ventina di metri, la quale è stata scolpita in un unico tronco di sandalo. Uscendo alla fermata Yongali della linea 1 della metropolitana, accediamo direttamente all’interno dello Xiu Shui market, formalmente noto come Silk Street, un megacentro a cinque piani dove, malgrado il nome, i prodotti in seta sono venduti solo all’ultimo piano, mentre negli altri vengono offerti vari articoli griffati quali capi d’abbigliamento, borse, accessori, scarpe, orologi, ed altro ancora, tutto rigorosamente “taroccato”, of course. Una sorta della Patpong Road di Bangkok all’ennesima potenza, con aggressive commesse disposte quasi a tutto pur di venderti qualcosa, tant’è che qualcuna chi ti si attacca letteralmente alle braccia e ti segue per qualche decina di metri, un’altra inizia a coprirti di lusinghe usando termini inglesi, spagnoli ed addirittura italiani, un’altra ancora ti sbarra il passaggio ed avvicina il proprio viso al tuo, sfiorandoti le labbra con un fare ammiccante e provocatorio, probabilmente più consono ad prostituta piuttosto che a una commessa. Rimane comunque a mio avviso un buon posto dove fare acquisti a prezzi irrisori, qualora si parta da casa senza bagaglio e Pechino rappresenti la prima tappa di un viaggio, poiché vi si trova una buona scelta anche di zaini, valigie, ed accessori vari. Il nostro interesse per lo Xiu Shui market si manifesta però principalmente nel piano interrato, dove, presso il locale food court, gustiamo gli Jiaozi più buoni provati a Pechino. In cambio di pochi Yuan, infatti, vengono preparati e bolliti sotto i nostri occhi decine di squisiti ravioli ripieni di manzo e maiale, alla cui sfoglia, straordinariamente sottile e fresca, si contrappone l’incredibile gusto del saporito ripieno, succoso e leggermente speziato. Poco dopo aver imboccato l’uscita C alla stazione Hujialou, percorsa dalla linea 10 della metropolitana, troviamo il Teatro Chaoyang, dove ci accomodiamo giusto in tempo per l’inizio del Flying Acrobatic Show delle 19,15. La prenotazione è d’obbligo per assistere a quest’autentica performance d’abilità, la cui radicata tradizione in Cina sembra risalire direttamente alla notte dei tempi, e confesso che erano anni che non mi divertivo così tanto assistendo ad uno spettacolo. La acrobazie messe in scena da questi giovani atleti sono così spettacolari da strapparci continuamente sinceri applausi spontanei, e con il trascorrere del tempo, osservando sempre più attoniti le straordinarie esibizioni, iniziamo lentamente a fare il tifo per loro, trattenendo il fiato durante gli esercizi più difficili, ed esultando in preda all’entusiasmo alla conclusione degli stessi. Non abbiamo dubbi nel reputare il Flying Acrobatic Show un’attrazione imprescindibile durante una visita a Pechino, al pari di altri luoghi d’interesse più famosi. Durante il nostro quinto giorno di permanenza piove a dirotto sin dalle prime ore del mattino, così, sebbene a malincuore, abbandoniamo per pigrizia l’idea di una visita al Panjiayuan Market, e passeggiamo svogliatamente all’interno di uno dei tanti centri commerciali lungo la Wangfuijing, fino a quando, stanchi di girare a vuoto, ci incamminiamo sotto il diluvio universale verso la fermata della metropolitana, e dopo aver viaggiato poco più di un quarto d’ora nelle viscere di Beijing, scendiamo alla fermata Tiantan Dongmen della linea cinque, proprio in prossimità dell’entrata al Tempio del Cielo, il cui altare circolare incarna la classica icona stereotipata da cartolina della capitale cinese. Il grande parco, caratterizzato da lunghe file di cipressi, funge sovente anche da luogo d’incontro tra gli abitanti di Pechino, che qui improntano spesso dei picnic e vi confluiscono di buon mattino per praticare il Taijiquan, la ginnastica tradizionale. La pioggia battente ci impedisce di passeggiare come vorremmo in questo magnifico posto, pertanto, una volta effettuata la visita di rito dei principali templi, ci dirigiamo nuovamente alla volta dell’entrata est, ma passando sotto i grandi corridoi aperti sui lati, ci tratteniamo un bel po’ al riparo dalla pioggia assistendo entusiasmati ad uno spettacolo incredibile, quale quello di un coro popolare, in cui si alternano voci maschili e femminili di una nutrita comitiva, fornendo una rappresentazione toccante, nella quale queste persone si cimentano con impegno, mostrando un’aria visibilmente appassionata. Esibizioni come queste, pur nella loro genuina semplicità, costituiscono per me l’essenza stessa del viaggio, ed il tempo che non avrei mai voluto fermare mentre ascoltavo con nutrito interesse questo simpatico coro inaspettato, equivale secondo i miei personali gusti alla visita di uno dei monumenti più celebri di Pechino. Poco oltre il Parco del Tempio del Cielo troviamo l’Hongqiao Market, meglio noto come mercato delle perle, il quale si sviluppa su più piani esattamente come Silk Street, presentando al frequentatissimo piano terra una nutrita serie di articoli d’elettronica, telefonia cellulare, macchine fotografiche, etc. mentre nei piani superiori si trovano svariati articoli contraffatti, fino ad arrivare agli ultimi due piani semideserti, totalmente dedicati alle costosissime perle esposte in eleganti gioiellerie vigilate da guardie armate. Torniamo sulla Wangfuijing in taxi, con il cui simpatico autista, tramite le poche parole d’inglese che conosce, contrattiamo la corsa per l’indomani in aeroporto, pattuendo una cifra un quinto inferiore rispetto a quanto avevamo speso all’andata con il meter. Proviamo successivamente a mischiarci tra la folla che anima il mercato notturno di Wangfuijing, il quale si presenta come l’alter ego della Snack Street, con una lunga fila di affollati stand fumanti, dove sono esposti in bellavista cibi vari che spaziano dalla trippa agli spiedini di ragni, dagli scorpioni fritti alle stelle marine, dai ravioli
alla carne arrostita, nonché decine e decine di altre prelibatezze. L’indomani mattina, alle sei in punto di una piovigginante domenica, attraversiamo in taxi una Pechino ancora addormentata per recarci in aeroporto. Tirando le somme di questi cinque giorni trascorsi molto velocemente nella capitale cinese, non possiamo che trarne un giudizio alquanto positivo. Beijing, vibrante città ricca di contrasti, ma anche d’innumerevoli attrattive, proiettata a ritmi serrati verso un futuro nemmeno tanto remoto nel quale reciterà l’inevitabile parte di capitale mondiale, a noi è davvero piaciuta, e ritengo possa costituire anche da sola un’interessante meta nella quale trascorrere un’intensa settimana di vacanza. Dopo numerosi controlli in aeroporto, ed altrettanti numerosi cinesi che continuano ad ignorare spudoratamente le file, alle otto decolliamo puntualmente alla volta di Xi’an, dove atterreremo dopo un’ora e mezza. A Xi’an, capitale dello Shaanxi, abbiamo cercato di ottimizzare al massimo i tempi, prenotando tramite un’agenzia del posto autovettura ed autista, al fine di farci prelevare in aeroporto, condurci direttamente all’Esercito di Terracotta e successivamente presso le antiche mura cittadine, e debbo dire che il tutto è perfettamente riuscito con grande soddisfazione, considerato soprattutto che, come nostra consuetudine, amiamo visitare i posti prendendoci tutto il tempo possibile, senza vincoli di sorta ed orari prestabiliti. Poco dopo le dieci del mattino, infatti, dopo aver attraversato strade in cui i famosi guerrieri erano raffigurati ovunque, ci troviamo già presso la biglietteria del celeberrimo sito, che si presenta come una sorta di enorme centro commerciale all’aperto, con decine di negozi di souvenirs, paccottiglia e ristoranti vari, compreso un Kentucky Fried Chicken. Riscontriamo anche qui, ma ormai vi abbiamo fatto l’abitudine, una nutrita presenza di turisti cinesi, che rappresentano la quasi totalità dei visitatori. Certo che per far costruire la famosa armata di terracotta a guardia della sua tomba, doveva essere sicuramente un bel tipo l’imperatore Qin Shi Huangdi, ma d’altra parte, secondo quanto si narra, fece seppellire vivi anche più di 450 seguaci del confucianesimo, dottrina che contrastò aspramente, oltre a ridurre in schiavitù centinaia di migliaia di persone, impiegandole nella costruzione di strade e canali. Scoperto casualmente nel 1974, a quanto sembra da alcuni contadini del luogo intenti a scavare un pozzo, l’esercito di terracotta annovera oltre diecimila statue portate finora alla luce, ma il numero complessivo è del tutto imprecisato e destinato drasticamente ad aumentare, con gli scavi tutt’ora in corso. L’hangar che ospita le statue francamente non mi entusiasma, ed un simile reperto avrebbe meritato a mio avviso ben altra architettura rispetto a quest’asettica struttura in ferro, ma l’esercito è un’autentica meraviglia, che a ben ragione è stata inserita nel 1987 dall’Unesco tra i patrimoni dell’umanità. Visitiamo con ammirazione le tre fosse, e malgrado fossimo preparati circa la bellezza delle statue componenti l’esercito, restiamo ugualmente meravigliati da quanto le stesse appaiono realistiche, nonché basiti dall’incredibile differenza che si evidenzia nei tratti somatici dei singoli guerrieri, che osservandoli dal vivo ed in gran numero, sortiscono realmente un effetto totalmente diverso rispetto alle tante immagini e video visti in passato.
Xi’an è una città congestionata, molto inquinata, decisamente più estesa di quanto immaginassi, e ad un primo impatto mi rimane difficile anche solo immaginare che un tempo costituisse il punto di arrivo e partenza della leggendaria Via della Seta. Il passato di Xi’an lo incontriamo però velocemente nell’antica Cinta Muraria, eretta durante la dinastia
Ming attorno al 1370, ed oggi sostanzialmente integra nel suo perimetro esteso per circa quattordici chilometri, grazie a sapienti lavori di ristrutturazione ed interventi mirati ad una parziale ricostruzione. Trovo assai piacevole passeggiare su queste antiche mura poco prima del tramonto, osservando compiaciuto il netto contrasto offerto dai vetrati grattacieli circostanti che si stagliano a perdita d’occhio, i quali sovrastano, quasi inghiottendole, le numerose basse abitazioni dal tetto tradizionale. Nuovo e moderno si fondano anche e soprattutto nella centrale Xi Dajie, dove agli sfarzosi shopping malls, ed alle scintillanti luci a neon che rischiarano la sera, si contrappongono gli antichi edifici della Torre del Tamburo, che un tempo annunciava il calare della notte, e della Torre della Campana, il cui suono preannunciava invece l’alba. Xi’an mostra però i suoi antichi fasti principalmente nel quartiere musulmano, grazie ad un autentico tuffo nell’antichità dettato da un crogiolo multiculturale, che riporta idealmente il visitatore ad un epico passato in cui la città veniva chiamata Chang’an. Qui, infatti, se non fosse per i chiari tratti somatici delle persone che pullulano il quartiere, parrebbe trovarsi più in un qualsiasi suk magrebino piuttosto che nello Shaanxi. Sotto una pioggerellina diventata progressivamente sempre più battente, gironzoliamo rallegrati attraverso animate piccole viuzze, dove l’odore della carbonella su cui arrostiscono profumati spiedini di agnello, si mescola con l’aroma dolce dell’olio di sesamo, ed a quello più aspro sprigionato dai numerosi wok in cui vengono saltati decine d’ingredienti, mentre tutt’intorno è un continuo vociare, correre, pregare, mercanteggiare, fondamentalmente vivere. Guilin ci ricorda sin da subito la sua latitudine, accogliendoci in aeroporto con un clima decisamente più caldo ed umido rispetto a quello che aveva caratterizzato le nostre precedenti giornate cinesi, ma sorprendentemente, troviamo anche un gran bel sole a darci il benvenuto, il che non guasta, considerato che avevamo lasciato Xi’an sotto una sorta di diluvio universale. La città di Guilin deve la sua fama allo straordinario paesaggio carsico che ne caratterizza i dintorni, il quale è stato nel corso dei secoli decantato da vari poeti, ed immortalato in molteplici tele dipinte da celebri pittori cinesi, mentre oggi è più materialmente riprodotto sul retro delle banconote da venti yuan. Già durante il tragitto in taxi dall’aeroporto, abbiamo modo di osservare le celebri vette calcaree allinearsi quasi ovunque all’orizzonte, ma sarà solo il preludio alla magnificenza a cui assisteranno i nostri occhi nei giorni seguenti. Guilin però non ci entusiasma. Qui i visitatori sono ancora più invasivi rispetto agli altri posti, e la città sembra essersi totalmente consacrata al turismo di massa, probabilmente anche in virtù di un prodotto legato all’attività turistica perfettamente riuscito, che soddisfa pienamente la forte richiesta di viaggi preconfezionati. Zhengyang Lu è un affollato tratto pedonale costituito dall’alternarsi di ristoranti, negozi, hotel e guesthouses.
Tra le specialità culinarie del posto, figurano l’onnipresente pesce di fiume cotto nella birra (che per la cronaca ovviamente proviamo, senza però gradirlo particolarmente), e degli enormi roditori esposti in grandi gabbie dinnanzi ai ristoranti, destinati purtroppo per loro a finire presto in pentola al fine di compiacere il vorace appetito della miriade di turisti cinesi presenti, i quali sembrano molto gradire questa ricercata pietanza locale. Prenotiamo quindi la gita di sola andata sul fiume Li per l’indomani, decidendo di lasciare definitivamente Guilin e trascorrere di conseguenza a Yangshuo i rimanenti giorni di questo viaggio cinese, dopodiché terminiamo la serata gironzolando tra le centinaia di bancarelle che formano il mercato serale di Guilin, ubicato a breve distanza dalla piazza centrale. L’indomani, a bordo di un barcone a due piani nel quale siamo gli unici occidentali, salpiamo di buon mattino da un molo ubicato subito fuori Guilin. Bastano appena pochi minuti di navigazione per ritrovarci estasiati nel cuore di un paesaggio onirico, nel quale infinite verdi guglie calcaree dalle forme più svariate, si susseguono maestose ai bordi del Li River, slanciandosi in direzione del cielo. Un incredibile spettacolo della natura, talmente bello da sembrare irreale, caratterizzato da una notevole alternanza paesaggistica, dovuta soprattutto alle differenti sagome delle vette,
che mutano dietro ogni curva nel quale scorre il placido fiume. Ogni tanto, nel corso della navigazione il barcone viene arrembato da una zattera di bambù, a bordo della quale intrepidi venditori offrono in cambio di pochi yuan frutta e paccottiglia turistica ai divertiti passeggeri, attratti probabilmente più dalla loro abilità nel tenersi in equilibrio, che dalla mercanzia venduta, mentre in prossimità dei piccoli villaggi che sorgono sulle sponde, viene sovente inscenata ad uso e consumo turistico la pratica della pesca con il cormorano, usanza nella realtà ormai appartenente al passato. Dopo quattro ore di spettacolari paesaggi carsici approdiamo a Yangshuo, dove il sole tropicale del primo pomeriggio picchia così ossessivo da farmi grondare rapidamente di sudore mentre trasporto i nostri bagagli lungo la West Street, salvo poi divertirsi a sparire poco dopo, lasciando rapidamente il posto a dei grandi nuvoloni carichi di pioggia torrenziale. Yangshuo è un piccolo paese dalla palese impronta turistica, dove non mancano fast food appartenenti a grandi catene internazionali, disco bar, pub e locali vari dediti ad intrattenere i tanti visitatori che arrivano sin qui, ovviamente come sempre in maggioranza asiatici. A questo punto, credo sia lecito chiedersi il motivo per cui molti visitatori come noi giungono in questo piccolo lembo di Cina meridionale, e la risposta consiste semplicemente nell’alzare la testa e guardarsi intorno. Sì, perché ovunque venga posizionato lo sguardo, si verrà ripagati dalla mistica visuale di queste onnipresenti guglie carsiche, che caratterizzano il paesaggio conferendogli l’aspetto di un teatrino di cartapesta, ed è proprio negli immediati dintorni, che Yangshuo manifesta il meglio di se, come avremo modo di constatare il giorno seguente, quando assieme alla simpatica Ann, minuta ventiquattrenne locale che mastica un discreto inglese, percorreremo la bellezza di trentacinque chilometri in bicicletta, attraversando paesaggi mozzafiato. Non appena lasciata Yangshuo, infatti, le autovetture spariscono come d’incanto, e le centinaia di formazioni carsiche presenti ci circondano all’improvviso, accompagnandoci costantemente attraverso paesaggi rurali d’incommensurabile bellezza, dove il tempo sembra essersi fermato e la vita scorre lentamente. Pedaliamo lungo sentieri sterrati, con lo sguardo stregato da montagne incantate, attraversando risaie, caratteristici antichi ponti in pietra, minuscoli villaggi abitati da una manciata di persone come Jiuxian, dove nutriti gruppi di anatre si aggirano indisturbate e nel cui locale ristorante costituito da appena sei tavoli gustiamo il più buon maiale fritto con bambù del mondo, ma viviamo soprattutto quest’indimenticabile esperienza sempre in solitudine, lontani anni luce dal senso di modernità a cui siamo abituati, ma anche particolarmente distanti da quell’esasperazione turistica che caratterizza località come Guilin e Yangshuo.
Il pomeriggio lo trascorriamo invece effettuando il bambù rafting sullo Yulong River, piccolo affluente del fiume Li, che offre scorci paesaggistici ancor più belli rispetto a quelli che abbiamo osservato ieri, ma anche qui, purtroppo, in contrapposizione a degli autentici paesaggi da cartolina che sfilano lentamente davanti ai nostri occhi, registriamo la nota dolente dettata dalla massiccia affluenza di visitatori cinesi, che tra ripetuti schiamazzi, e giochi consistenti nello spruzzarsi reciprocamente mediante delle pompette ad acqua, rompono in maniera assordante la quiete fatata di questi posti meravigliosi, facendoci rapidamente dimenticare quel senso di assoluta tranquillità vissuta in mattinata attraverso gli scenari fatati delle campagne circostanti.
Il mattino seguente ci rechiamo alla stazione degli autobus per raggiungere Xingping, villaggio che ospita un celebre mercato settimanale, dove arriviamo dopo un’ora e mezza circa. Qui, entusiasticamente troviamo quanto in effetti ricerchiamo in un mercato, immancabile presenza in tutti i nostri viaggi. Girovagando curiosamente tra i suoi variopinti banchi, veniamo in breve come inghiottiti da un tripudio di colori, suoni, odori, ed iniziamo a perderci in questo luogo che, come tanti altri mercati nel mondo, è anche uno storico messaggero della cultura locale nella quale s’intrecciano indissolubilmente presente, passato e futuro, rappresentando un autentico trionfo di vita vibrante, al punto da farci ritenere che se le tanto decantate e meritevoli formazioni carsiche caratterizzanti questa parte di mondo valgono sicuramente un viaggio, il mercato di Xingping vale un viaggio nel viaggio.
Tornati a Yangshuo, dopo un frugale pasto noleggiamo nuovamente le biciclette e ci allontaniamo senza una meta precisa dal paese, percorrendo almeno una decina di chilometri, fino a quando la nostra corsa viene interrotta da un autentico nubifragio. Troviamo rifugio sotto un chiosco ubicato in prossimità di una fermata delle corriere, dove due donne vendono bibite, frutta e polli. La pioggia cade così forte da coprire lentamente la visuale, mentre la temperatura all’improvviso è scesa bruscamente. Si è anche levato un gran vento, che smuove velocemente la pioggia rendendo in breve zuppi i miei abiti, mentre faccio scudo con il mio corpo su Valentina, preoccupandomi di non farla bagnare. La più giovane delle due donne, con fare energico si preoccupa di far scivolare l’acqua, il cui peso sta facendo crollare uno ad uno i suoi tendoni, ma continua anche a servire velocemente quei clienti che arrivano in macchina e desiderano senza aspettare troppo un pollo tagliato a pezzi, oppure un casco di banane. Piove a dirotto, ma lei sembra non crucciarsene e continua a lavorare sodo, mentre è talmente bagnata che sembra appena uscita dalla doccia. Eppure, nonostante questo, si preoccupa per noi. Ci procura tre sgabelli, fornendoci anche delle buste in nylon su cui accomodarci, poi ci invita a ripararci nel posto più asciutto sotto il telone, mentre continua a piovere a vento con una forza inaudita e lei continua imperterrita a lavorare per impedire che il suo chiosco venga spazzato via, ma non solo, ci chiama con il suo telefono cellulare anche un pick-up per riportarci a Yangshuo assieme alle nostre biciclette. Prima di partire sull’automezzo, quando siamo a nostra volta ormai completamente fradici, mi avvicino a lei per ringraziarla della sua immensa disponibilità ed ospitalità. Vorrei regalarle dei soldi, ma non ne vuole assolutamente sapere, nonostante le mie reiterate insistenze. La differenza linguistica costituisce in questo caso una barriera invalicabile, ma i suoi occhi parlano per lei senza bisogno di aggiungere altro, e nella mia memoria conserverò per sempre l’immagine del suo volto fradicio mentre la saluto, con le sue mani strette tra le mie in segno di riconoscenza. L’indomani, attraversando affascinanti zone rurali contraddistinte da centinaia di spettacolari formazioni carsiche parzialmente coperte dalla nebbia, raggiungeremo di buon mattino l’aeroporto di Guilin, da cui lasceremo la Cina con un volo Air Asia diretto a Kuala Lumpur. La vacanza, perfettamente riuscita, ha saputo regalarci intense emozioni, e tutte le mete da noi visitate meriterebbero da sole un viaggio, tuttavia la Cina complessivamente non ci ha preso il cuore, e lasciandola ci sentiamo un po’ come quegli studenti rimandati agli esami di riparazione. Chissà, forse il futuro ci concederà la possibilità di rimediare. Benedetto Antonucci
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